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Biografia
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Firenze, 1929-1942. Il quadro
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Dopo
Parigi e la lezione di Kasper, Firenze diventa il suo banco di prova.
Ha capito di che stoffa sia fatta la buona pittura, ora deve dimostrarlo.
Se al suo primo arrivo a Firenze Staude aveva trovato il suo paesaggio,
al secondo dipingerà il suo quadro.
Per questo però ci vorranno anni di duro lavoro.
Intanto mette radice in città. Va a vivere per alcuni mesi alla
Villa Romana, la casa degli artisti tedeschi a Firenze, alla quale resterà
legato anche in seguito grazie al suo sodalizio artistico con il nuovo
direttore, il pittore Hans Purrmann, "insieme al quale molte volte
sono andato a dipingere e che del resto e' rimasto il solo pittore al
quale io sia stato legato da una sorta di identità di visione
riguardo a ciò che e' 'peinture'".
Poi, nel 1930, trova casa in via delle Campora. Le finestre della villa
cinquecentesca, costruita per una nipote del Machiavelli, si aprono
sui grandi campi e le colline, i contadini dei poderi attorno diventano
i suoi modelli e la sera gli insegnano a cantare gli stornelli toscani
accompagnandosi con la chitarra. "Voglio credere che questo sia
il porto in cui dopo tanti vagabondaggi sono approdato. Il mio 'Port-au-Prince'",
scrive ad Elkan.
Per uno dei casi fortunati di cui la sua vita era punteggiata, Staude
trova anche uno studio ai piedi della collina di Bellosguardo, nel vecchio
convento di San Francesco di Paola che apparteneva alla famiglia Brewster.
Liesel Brewster era figlia dello scultore Adolf Hildebrand, che qui
era vissuto e qui aveva lavorato insieme all'amico, Hans Marées:
i due maestri ai quali Staude era legato dai fili tessuti da Kasper.
"Imparare a vedere e' tutto", aveva detto Hans von Marées.
Staude nella sua vita ha cercato di fare appunto questo, pur rendendosi
perfettamente conto che "ci vuole tanto tempo prima che gli occhi
incomincino a vedere davvero!" Un viaggio in Spagna nel 1931, per
studiare Velazquez, lo rafforza nelle sue convinzioni.
Dal 1934 al 1937 Staude si iscrive a un corso di nudo all'Accademia
di Firenze. Il corso e' diretto da Felice Carena che presto diventa
anche un amico, come lo diventano Giovanni Colacicchi, Emanuele Cavalli,
Giorgio Settala, Filippo De Pisis e molti altri.
Le notizie che nei primi anni trenta gli giungono da casa sono preoccupanti.
Hitler va al potere. Heino Elkan viene perseguitato e deve emigrare.
Finisce l'amicizia con Fritz Rougemont. Il padre muore e la madre viene
a vivere a Firenze con lui. Staude ha un nuovo esaurimento nervoso e
l'insonnia rimane da allora una compagna delle sue notti.
Di arte discute sempre meno. Dipinge. "Chi dipinge non dovrebbe
mai parlare d'arte, e soprattutto non dovrebbe volerla fare. Dobbiamo
voler fare natura. E per il fatto stesso che non siamo Dio, quel che
ne verrà fuori sarà arte", aveva scritto nel suo
diario a Monaco. Continua però ad annotare i suoi pensieri relativi
alla pittura nei blocchetti da disegno che si porta sempre dietro e
nelle lettere che scrive alla gente più varia.
La musica, di cui a Monaco aveva scritto che "non ha niente a che
fare con le mie visioni: essa e' il mio modo di sognare", continua
ad occupare un posto importantissimo nella sua vita. Non passa sera
senza che si metta al pianoforte. Prima della guerra prendeva lezioni
di composizione da Mario Castelnuovo-Tedesco, negli anni successivi
metterà in musica sonetti di Michelangelo e Lorenzo il Magnifico,
poesie di Hölderlin e Leopardi. I suoi contatti con cantanti e
musicisti si susseguono nel tempo, alla fine riprende una vecchia amicizia
con Luigi Dallapiccola. Come ricorda Vittorio de Santis, un amico violinista
fiorentino, Staude nella musica dava libero corso "al suo romanticismo
raffinato e intelligente, umano e misterioso", a quel "lirismo",
da lui stesso riconosciuto, al quale in pittura aveva messo freno venendo
a vivere in Toscana.
Il
nuovo amico diventa Christopher Norris, un giovane inglese, studioso
d'arte di eccezionale talento, che Staude aveva conosciuto al Prado
davanti a un Velazquez. Fra loro si crea un'amicizia che durerà
una vita, ma non quel sodalizio produttivo, quel movimento per il rinnovamento
dell'arte nel quale Staude aveva riposto le sue speranze. Gli incontri
sono tanti e varii, ma nel fondo resta solo.
Nel 1938 si sposa. Renate Mönckeberg, l'amica conosciuta nell'inverno
del 1923 ad Amburgo, aveva lavorato come architetto in Svezia, venendolo
a trovare d'estate in Italia. Con una profonda comprensione per il suo
impegno con la pittura continuerà a fare l'architetto a Firenze,
restandogli al fianco fino alla fine.
Nello stesso anno Staude apre la sua prima mostra personale a Firenze.
Un successo. Ha trentatré anni. L'anno successivo nasce la figlia
Angela e la gioia di avere una famiglia è grande. La famiglia
gli da' sostegno, serenità, rimediando in parte all'eterna solitudine
dell'artista. La sua vita acquista così un aspetto di "normalità"
alla quale, come un Tonio Kröger, tanto aspirava.
Una mostra a Firenze nel 1940 e una a Roma nel 1942 si concludono entrambe
con successo.
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